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Villa Della Torre a Fumane

La storia d’Italia è complessa, intricata ed intrecciata sia da forze della natura sia da forze al di fuori dalla sfera delle influenze peninsulari italiane. La nostra destinazione finale in questo saggio porta i segni di profonde cicatrici psicologiche, paure, rivalità, competizione e alleanze passeggere. E’ un periodo scarsamente credibile in confronto ai nostri standard moderni. Durante il XVI secolo, nell’Italia di Machiavelli, c’era una sola regola da seguire: quella di "ognuno per se stesso".

Verona era una città attraente, in buona parte anche per la confluenza di strade e la presenza del fiume Adige che rendeva possibile alle barche l’accesso al mar Adriatico. Sopra Verona, la Via Claudia Augusta era un po’ più ardua e le strade furono costruite dai Romani per il passaggio dei soldati, della posta e anche per chi vi avventurava in tutte le direzioni. Al nord c’erano le alte colline e poi le Alpi, con delle vallate che si dipanavano come serpenti fino all'Austria per arrivare fino a Monaco. Già nel XV secolo, le Alpi fungevano da punto divisorio tra La Serenissima – la Repubblica Veneziana – l’Italia Papale e i territori rivendicati dall’Imperatore romano. Durante i primi anni del XVI secolo, la chiesa e lo stato erano divisi e in contrasto uno con l’altro, mentre gli astuti Veneziani giocavano a mettere una parte contro l’altra e nel frattempo continuavano a tenere rapporti commerciali con il Medio Oriente Islamico. Ora la storia comincia a suonare familiare… di nuovo…

 

 

Stimolati da autori contemporanei come Dan Brown con il suo Codice Da Vinci , o Michael Baigent, Richard Leigh e Henry Lincoln, potremmo anche momentaneamente indagare per capire meglio la natura delle pratiche religiose del XIII secolo che a loro volta hanno gettato le basi per il XVI secolo che stiamo per esplorare. La religione Cristiana non era per niente ben definita come invece siamo tentati di pensare, e l’esempio degli Albigesi o Catari potrebbe fornirci un punto di partenza per identificare le esigenze e i desideri delle persone ‘spirituali’ dell’era. Una forma abbreviata dell’eresia dei Catari racconta di Giuseppe di Arimatea che accompagna Maria Maddalena nel sud della Francia dove partorisce l’erede di Gesù. Inoltre, questi Cristiani non aderivano all’evolversi del Cristianesimo occidentale, predicando invece contro la corruzione che identificavano negli eccessi materiali, in certi riti e ritualità esercitati dal controllo papale. Papa Innocenzo III spedì vari legati nella regione fin dal 1204 per fermare gli insegnamenti non ortodossi dei Catari, chiamati Manicheismo. Questi legati scomunicarono i nobili che davano rifugio o protezione ai Catari. A Béziers nel 1209 la maggior parte degli Albigesi furono massacrati dalle forze Cattoliche pro-Papa. Arnaud-Amaury, l’Abate di Citeaux, disse, quando gli fu chiesto come si potesse distinguere tra un Cattolico e un Cataro: “Ammazzali tutti. Dio saprà riconoscere i Suoi”. 7000 uomini, donne e bambini, tutti Cristiani, furono uccisi all’interno delle mura dell’Église de la Madeleine.

Più o meno in questo stesso periodo, un prete spagnolo di nome Domingo de Guzman, in missione diplomatica per trovare una sposa per il Principe di Castiglia, stava attraversando i Pirenei con il suo vescovo, Don Diego, quando incontrarono i Catari per la prima volta. Domingo rimase inorridito di fronte ai loro insegnamenti non tradizionali ed eretici e credette che un predicatore pro Papa devoto ed instancabile avrebbe potuto cambiare le cose e riportare tutti i credenti sotto un'unica ‘bandiera’ papale.

In seguito al Concilio Lateranense IV, Papa Innocenzo IV si imbarcò su una certo rotta: stabilire con la forza i parametri e la definizione della fede Cristiana, mettendo così Cristiano contro Cristiano. Fu così che ebbe inizio l’Inquisizione. Dai tempi dei Concili del IV secolo istigati da Costantino, il delinearsi e il definirsi della fede Cristiana non ebbe più fine. Costantinopoli fu la sede principale del Cristianesimo nel momento in cui il pontefice romano avrebbe esercitato il suo controllo temporale su tutta l’Europa Occidentale. Correva l’anno 1229. Roma era semplicemente una piccolo cittadina insignificante…

Forse questo ebbe inizio proprio in vista dell’anno 1239 del calendario Giuliano, un anno che coincideva con l’anno 5000 del calendario ebreo, visto come un momento di cambiamento millenario e di un probabile ritorno in terra di Gesù Cristo. In termini di architettura, sembra che ci fosse parecchia costruzione in questo periodo, elemento che nel Medioevo venne forse visto come una preparazione al ritorno di Cristo. Ripulire le eresie sarebbe stato perfettamente in linea con un generale senso di ottimismo e preparazione papale, simile alle pulizie che si fanno in casa proprio prima di una cena importante.

Poi entrò in scena Domingo de Guzma, meglio conosciuto oggi come San Domenico. Fu lui ad implementare una forma di predicazione per portare i Catari in linea con il pensiero papale. I primi predicatori itineranti avrebbero avuto un forte impatto per quanto riguarda la nostra storia di Fumane. Benché si chiamassero ufficialmente Ordo Praedicatorum, il loro nome, più semplicemente, fu quello di “Domenicani”. Il gioco di parole medievale, Domini canes, “I cani di Dio”, sembra essere stato davvero adatto ai seguaci di Domingo perché si rivelarono veramente i guardiani della Chiesa.

Sempre intorno a questo periodo, circa nel 1201, un giovanotto di forse 20 anni fu fatto prigioniero durante le manovre di guerra da Perugia, uno stato centrale Italiano. Giovanni Bernardone provava disprezzo per la ricchezza del padre, anche se questa stessa ricchezza gli aveva permesso un’istruzione meravigliosa e di conseguenza la capacità di leggere e scrivere in diverse lingue, incluso il latino, la lingua franca internazionale di statisti, mercanti, preti, ecc.. Di sua madre si sa ben poco visto che le biografie delle donne non erano molto seguite a quei tempi, a differenza di quelle degli uomini. Alcuni credono che Pietro Bernardone, un mercante nel settore tessile, sia stato in Francia per lavoro, vicino agli Albigensi e che si fosse innamorato di una donna del luogo, Pica. Forse, quando la tolleranza dei francesi verso i Catari eretici iniziò a diminuire, Pietro e Pica sono ritornati o sono scappati in Italia e, giunti ad Assisi, hanno messo su famiglia, dando vita anche a Giovanni. Conosciamo questo figlio per la sua rinuncia della ricchezza (una caratteristica molto “catara”), il suo desiderio di riformare la Chiesa per riportarla alla semplicità dei tempi di Cristo e per il suo trattamento e amore per gli animali e i poveri.
Nel 1209, Giovanni Bernardone, che ora si faceva chiamare Francesco, portò i suoi seguaci a Roma alla ricerca del permesso da parte del Papa di fondare un nuovo ordine religioso: i Francescani. Carità, povertà e amore per la natura oggi sembrano essere gli emblemi del mondo Francescano fondato da San Francesco d’Assisi.
In pochissimi anni, dunque, il Pontefice Romano aveva stabilito due ordini di predicatori mendicanti: i Dominicani ed i Francescani. Perfino tra i due ordini, la pace non sempre regnò… come vedremo negli anni a seguire. Teniamoci comunque in mente questi eventi, perché ci aiuteranno man mano ci avviciniamo alla Villa di Fumane.

 

Prima di avvicinarci all’inizio del XVI secolo, ecco qualche nota di cambiamento: il 1453 aveva visto i Turchi Ottomani, di fede mussulmana, conquistare la millenaria città di Costantinopoli, prima e principale sede della fede Cristiana. Papa Pio II tentò di costituire una quinta crociata per liberare questa città così Cristianadei seguaci di Maometto. Ma il piano fallì. In seguito a questo fallimento, Papa Pio e gli altri Pontefici dello stesso secolo capirono la necessità di ricostruire Roma per farla diventare il nuovo centro del Cristianesimo. Fortunatamente per Papa Pio, Leone Battista Alberti, un teorico e genio dell’architettura, si trovava tra la sua ‘scorta’. Una ‘prova’ di progetto urbano fu dato inizio a Corsignano, dove era nato Pio, città in seguito chiamata Pienza: la città di Pio.
Nel 1492, anno in cui fu eletto Papa Alessandro VI, il mondo ebbe notizia di un altro evento clamoroso. Nell’emisfero occidentale, tale anno è noto come la data di arrivo degli europei nel Nuovo Mondo. Qui possiamo considerarlo anche l’inizio del declino della Repubblica Veneziana, La Serenissima. Le ricchezze veneziane erano state costruite costantemente sulla base della rivendita di merci molto costose provenienti dal Medio Oriente. Ma già all’epoca di Bartolomeo Diaz e del suo viaggio del 1487 intorno al Corno d’Africa e all’arrivo nell'Oceano Indiano di Vasco de Gama nel 1497, molte spezie e prodotti di gran lusso erano reperibili senza doverle acquistare dai Veneziani.

Anche il nuovo Papa, Giulio II, aveva uno stile di conduzione del papato temporale, ingorda e quasi feudale, e sembrava più che altro focalizzato sulla distruzione della Chiesa di San Pietro a Costantinopoli, che aveva ormai mille anni. Giulio sembrava interessato soltanto alla costruzione della nuova Basilica e a renderla bella. In parte il progetto rappresentava un suo tentativo di glorificare il suo nome per sorpassare quello dei Borgia. Ed i soldi si dovevano trovare in qualche modo. Dunque Giulio iniziò ad attaccare diverse città italiane in modo casuale per ottenere i fondi di cui aveva bisogno. La penitenza in cambio di soldi, dette indulgenze, diventarono moneta comune nella ricerca di fondi per la edificazione. Perfino Lutero si sarebbe trovato in mezzo ai soldi che partivano dalla Germania alla volta dei “Palazzi Romani”.

Il Papa andò ovunque in cerca sia di denaro, sia di un oggetto di lusso che non riusciva a raggiungere e che era ancora monopolizzato dai veneziani: l’allume. Dalle prime guerre Cristiane contro i Mussulmani nel XII secolo, l’allume fu importato ad uso limitato ma con effetti spettacolari. Come additivo, l’allume fissava il colore nel vetro e nei tessuti. Il mercato tessile internazionale era enorme e in generale veniva monopolizzato dai capi di stato. Enrico VIII fu l’unica persona, secondo le leggi inglesi, ad essere proprietario della polvere bianca e che poteva vendere e dare la licenza ai tessitori, follatori e tintori. La passione per i colori portò grandissime ricchezze alla casa dei Tudor, ma il Papa non ricevette nulla…

Questo Papa mise in piedi una specie di ‘banda’ o ‘mafia’, un gruppo di stretti collaboratori con un unico scopo ed un'unica forma mentis: distruggere l’unica repubblica italiana, Venezia. Tra i protagonisti c'erano Giulio, ovviamente, Luigi XII di Francia, l'Imperatore Romano Massimiliano I d’Austria e Ferdinando I di Spagna. Ora le forze erano pronte ed avrebbero avuto un forte impatto sulla Villa di Fumane. Benché alcuni la chiamassero “La Guerra della Santa Lega”, di santo c’era ben poco; era infatti una guerra per avidità. Gli articoli di guerra furono firmati a Cambrai, nelle Fiandre, che in quel periodo era un'enorme arcidiocesi; dunque la guerra che chiameremo la” Guerra di Cambra” si mise in moto…

Gli Austriaci entrarono nel territorio Italiano dal confine del Tirolo presso Trento, una città che dista 70 km da Fumane, facilmente raggiungibile in un giorno e mezzo a piedi. Trento era una città libera entro il confine del dominio imperiale. Nel 1545, un Consiglio, aperto dal Cardinale Reginaldo Polo di Viterbo, avrebbe avuto luogo a Trento con lo scopo di risolvere le difficoltà della Chiesa e riparare i danni recati dagli errori del passato. Fumane e Verona sarebbero state in prima linea nei cambiamenti dalla metà del '500, il periodo della Controriforma in Italia.

Due anni di guerra incessante videro Venezia perdere quasi tutti i suoi possedimenti: Verona, Vicenza, Padova e tutto il territorio fino alla riva della laguna veneziana furono vinte e messe sotto il controllo della Santa Lega. La capacità della Serenissima di difendersi era quasi esaurita. Venezia, in stato di carestia e sotto interdizione, era agonizzante. La città che custodiva le reliquie di San Marco stava cedendo alla città che custodiva le reliquie dell'apostolo Pietro. Venezia si vedeva da sempre come centro Cristiano alternativo alla nuova Roma che si stava costruendo più a sud. La basilica di San Marco è “solo” basilica e non una vera Cattedrale perché non ha una vera cattedra. La basilica è semplicemente la chiesa del Doge. Venezia si era sempre sentita distante da Roma e le sue “punzecchiature Cristiane”. La Santa Lega aveva quasi conquistato, fisicamente, Venezia e dunque emersero certe questioni spirituali: da quale parte stava Dio in queste vicende?

Il Papa prese Ravenna e i suoi territorio circostanti, i francesi si insediarono a Milano e gli spagnoli si diffusero ovunque. Già nel 1510, però, il Papa annunciò di essere ‘irritato’ con Luigi VII. Ma in realtà egli bramava per i territori adiacenti a Ravenna, il territorio di Ferrara - quasi una dépendence dei francesi e soltanto amministrata dalla famiglia Este – vero e desiderato gioiello. Giulio fece una voltafaccia. Si schierò con re Enico VIII, il quale voleva espandere i suoi territori nel Nord della Francia, chiamando questa nuova ‘mafia’ la Santa Lega. Per un certo tempo, Venezia partecipò dalla parte del Papa: una complicità forzata. In questa situazione aveva poca scelta, trovandosi con un reddito ridotto all’osso, l’economia tenuta in piedi con le vendite dell’allume tramite le autorità papali e i suoi territori ancora occupati dagli stranieri. Dopo due anni, una Venezia in bancarotta si tirò in dietro, però, davanti alla richiesta del Papa di ottenere Ferrara e fu demoralizzata al rifiuto del Papa di restituire Ravenna alla Serenissima. Il controllo di questo territorio dal Papa avrebbe significato la fine delle flotte Veneziane nell’Adriatico, rendendo impossibile il proseguimento del commercio con il Medio Oriente. Se Venezia avesse capito quale sarebbe stato l’impatto dell’arrivo dei portoghesi nell'arcipelago delle Molucche (“Isole delle Spezie”), forse le cose sarebbero andate diversamente. Ora Venezia aveva iniziato il suo declino: la sua storia millenaria si concluse nel 1797, quando fu battuta dalla Grande Armata di Napoleone.

Per un breve periodo, Fumane non fu più sotto la protezione della Serenissima ma in mano prima agli austriaci, poi agli spagnoli poi ai francesi in rapida successione. Nel 1513 Venezia strinse un patto con i francesi contro il Papa. Nel febbraio dello stesso anno, Papa Giulio II morì. Il 1 gennaio del 1515 Luigi XII era già morto e Francois I, Duca di Milano, prese il controllo della Francia. Nel settembre del 1515, mercenari svizzeri alle dipendenze del papato resistettero a Marignano davanti alle forze del re Francese Francois. Le forze Veneziani furono raggruppate da uno dei cugini Orsini, il condottiero Bartolomeo d’Alviano che era alle dipendenze dei Veneziani. I ranghi nelle forze veneziane erano strapiene di nobili veneziani perché non rimaneva nessun altro per combattere. Le truppe franco-veneziane sconfissero la Santa Lega il 14 settembre del 1515. A Marignano fu vittoria. Le Guerre d’Italia si conclusero solo nel 1530 ma ci sarebbero stati, ogni tanto, brevi periodi di prosperità. Dalla parte vincente, La Repubblica Veneziana si trovò restituita la maggior parte dei suoi territori sulla terraferma. Ne avrebbe avuto bisogno per poter sfamare le sue genti e ricostruire la sua fortuna. Non avrebbe mai più conquistato lo stessa quota di mercato di allume e spezie. Una traccia che ci riconduce al suo passato glorioso è il fatto che, fino a quando cominciarono ad arrivare in massa gli stranieri durante la Seconda Guerra mondiale, Venezia fu l’unica città italiana ad avere il pepe in tavola nei ristoranti, perché era l’unica capace di acquistare questa spezia, anche mentre la cucina d'Italia si andava evolvendo. I palato dei cittadini veneziani non poteva fare a meno di questa spezia piccante!

Cosa dire di Fumane? All’indomani delle guerre, e trovandosi dalla parte dei vittoriosi, Verona ebbe un’espansione rapidissima nel settore dell’edilizia. Uno degli effetti delle guerre nel lontano sud e a Roma - che si chiusero con il Sacco di Roma nel 1527 - fu che molti architetti, pittori e scrittori famosi si trasferirono in questa parte d’Italia. Era una zona ancora al di fuori del controllo del papato e, per l’epoca, relativamente sicura. Nel novembre del 1537, nei cieli sopra il Veneto, nella costellazione di Scorpione, Venere era quasi in congiunzione con una supernova, 6°57’ appena prima del sorgere del sole. Le stelle auspicavano un nuovo inizio.

Durante il periodo della Pax Romana, ci fu molta attività di ricostruzione, ma l’unico trattato di architettura che sembra essere sopravvissuto fino ai tempi moderni, il “De architectura libri decem” di Vitruvio, ha catturato l’immaginazione dei costruttori e degli architetti del Rinascimento. L’architetto Romano era vivo nel periodo della morte di Gesù in Giudea e i suoi palazzi furono realizzati, senz’altro, nello stesso stile di quelli visti dagli occhi di Gesù. La presenza di Vitruvio nel Veneto era massiccia, perfino dopo la morte di Raffaello (la sua morte spesso viene indicata come punto conclusivo del periodo dell’Alto Rinascimento Italiano). Copie trafugate del suo trattato o versioni mal copiate sono arrivate fino ai cantieri dei quel periodo. Raffaello stesso avevo pagato per avere una copia personalizzata tradotta dal latino all’Italiano dialettale del tempo, per meglio capire le sottigliezze dell’antica lingua Romana. Come architetto principale della Fabbrica di San Pietro (un'ente creato appositamente per la gestione di tutto l’insieme delle opere necessarie per la realizzazione edile e artistica della Basilica di San Pietro in Vaticano) ed essendo benestante, aveva bisogno di tenersi aggiornato sulle tendenze e le mode del tempo.

Vitruvio avevo fatto uno studio approfondito del corpo umano e della percezione della simmetria del corpo (Libro 3, capitolo 1). Questo è stato lo spunto per Leonardo Da Vinci quando ha disegnato l’uomo vitriviano e per Dan Brown quando descrive il curatore del Louvre nella stessa posizione, nudo, all’interno di un quadrato dentro un cerchio.

Il numero dieci, un numero perfetto dato dalle 10 dita delle mani, fu identificato come numero mistico pitagorico del tardo VI secolo avanti Cristo. Il numero 10 si riferiva al “tetraktys”, un ‘quartetto’ che geometricamente si poteva ‘disporre   nella forma di un triangolo equilatero di lato quattro’, considerato come sacro. Nel Medioevo il numero 10 già non si riconosceva più come ‘pre-Cristiano’ ma come numero divino, come testimoniato dall’osservazione stessa delle mani. In latino, una traduzione del numero rappresentava la “decima”; dunque, Dio era ben consapevole del numero 10.

Anche ai tempi di Vitruvio , c'era un numero alternativo al tetraktys che era un numero di pari importanza: il 6. Il piede umano è un sesto dell’altezza dell’uomo. Gli architetti greci che usavano l’ordine dorico (l’ordine è il sistema delle proporzioni) mantenevano il rapporto 6:1 per l’altezza in rapporto al diametro delle colonne. Questo numero potrebbe aver avuto origine dalla tradizione pitagorica.

Ma c’era anche il numero 7, perché Dio ha creato l’universo in soli 7 giorni. E poi gli astrologi del tempo – e fino al 19° secolo - contavano 7 pianeti, incluso il sole e la luna.

Poi c’era il numero 12, la somma del 3, 4 e 5 che sono i lati di un triangolo particolare con un angolo di 90°. 3, 4 e 5 potrebbe essere la sequenza che si conta su una mano, sequenza più facile da ricordare dell’equazione a2 + b2 = c2.

Nicomaca di Gerasa riconosceva come perfetti solo 4 numeri: 6, 28, 496 e 8128. Un altro sistema ancora favoriva il numero 16, anche questo numero citato nel De architectura. Questa fissazione con i numeri era rifiorita e si era consolidata nel Rinascimento, specialmente come codice sacro nascosto al grande pubblico. La percezione prima e poi la realtà raccontavano che gli architetti potevano creare sulla carta degli spazi con rapporti e proporzioni che solo loro avrebbero potuto riconoscere una volta completata una costruzione. Il palazzo o la costruzione poteva conservare un significato segreto. Senza un metro (un’invenzione piuttosto moderna) e senza il disegno del progetto originale, nessuno tranne l’architetto e il proprietario avrebbe conosciuto le proporzioni segrete che circondavano la vita quotidiana. Stiamo ancora imparando a conoscere questi sistemi numerici nascosti e molti ormai sono andati persi nel corso del tempo. Oggi usiamo il metro ed i materiali di costruzione edili standard. Ai giorni nostri, con l'introduzione del PC, l’idea delle proporzioni nella progettazione è per noi un’arte quasi perduta.

Un certo Leonardo Fibonacci, di Pisa, è noto soprattutto per la sequenza di numeri da lui individuata e conosciuta, appunto, come successione di Fibonacci: 0, 1, 1, 2, 3, 5, 8, 13, 21, 34, 55, 89 … in cui ogni termine, a parte i primi due, è la somma dei due che lo precedono. Sembra che questa sequenza sia presente in diverse forme naturali (per esempio, negli sviluppi delle spirali delle conchiglie, ecc.). I litografi veneziani avevano reso note le sue idee, e la sua sequenza di numeri era diventata ciò che Goethe chiamava “l'architettura della musica congelata”. Il rapporto 1:1 rappresenta una quadrato, mentre il rapporto 2:1 rappresenta l’ottavo ed è anche la proporzione tipica della finestra rinascimentale: larghezza x 1, altezza x 2. Il rapporto 3:2 rappresenta un quinto esatto e veniva spesso usato per le proporzioni di una stanza. Il numero 13 fu considerato sfortunato fin da venerdì 13 ottobre, 1307, quando tutti i Templari in Francia furono arrestati e torturati ed il numero fu aggiunto ad altri elementi sfortunati come il gatto nero, la scala a pioli, ecc… Nel XV secolo, il numero 13 poteva essere “nascosto” in piena vista come nel dipinto dell’Ultima cena dove è raffigurato Cristo con i 12 apostoli. Si sente parlare del 12 segni del zodiaco, i 12 mesi dell’anno e il 12 dei 12 apostoli, ma aggiungendo la figura di Cristo si torna di nuovo al numero 13.

Decifrare il significato di questi numeri e il loro posto nel pantheon di numeri mistici è ancora oggi fondamentale per una buona comprensione della struttura della Villa a Fumane. Ci sono 12 gradini che scendono dalla parte alta della Villa verso il Peristilio. Non sono li per caso (12 Apostoli?) ma appositamente, come anche la loro forma semi-circolare, la forma ‘perfetta’ preferita dalla Chiesa al momento della costruzione della Villa, e allineano la Villa agli insegnamenti della Chiesa. Ma se si contano l’ultimo gradino che è a livello del prato, il numero diventa 13, il numero di Fibonacci, allora proibito, e omaggio, forse, all’antica dea, Madre Natura. Allora, qual è il significato vero?

Come ai tempi di Vitruvio, la Pax Italiana che seguì la conclusione della guerra d’Italia portò un periodo di apparente prosperità e pace alla regione Veneta. Questo periodo di pace coincise, quasi, con la Pace di Augusta (1555) che ridusse il livello di conflitto tra Luterani e Cattolici nei territori oggi occupati dalla Germania e l’Austria, in quei tempo facente parte della Sacro Romano Impero (SRI) a confinanti con Venezia. Ora che gli architetti provenienti da Roma lavoravano nel Veneto, nuove idee sull’eleganza romana, oggi chiamato Manierismo, fiorivano nei campi fertili ad est delle preistoriche montagne morene, ricche di ghiaia. Le guerra sembravano un lontano ricordo e dunque la ricostruzione di Villa della Torre poteva iniziare. Si dovevano usare le vecchie fondamenta, visto che allora gli Italiani buttavano via ben poco. C’erano già un muro e parti di una vecchia casa, non risalente all’epoca romana ma semplicemente vecchia e in cattivo stato a causa delle guerra. La nuova struttura avrebbe incluso e assorbito quella antica. Erano disponibili pubblicazioni provenienti da Venezia sull’arte della costruzione, incluse varie versioni degli scritti dell’architetto romano Vitruvio. Inoltre Verona si trovava li vicino ed era piena di rovine dell’epoca romana, dalle quali si poteva capire che anche li si usava il naturale ciclo delle proporzioni nelle costruzioni: 5:3, 3:2, e 2:1. La famiglia Della Torre era proprietaria di un palazzo in centro a Verona, appena dopo Corso Porta Borsari, il decumanus maximus dell’era romana. Porta Borsari è una splendida porta in marmo bianco che collegava la Via Postumia al mercatum fori. Il Foro di oggi – Piazza Erbe – testimoniava la vicinanza dei Della Torre all’antichità perché si trovava, letteralmente, sotto i loro piedi! Lo scopo della villa sarebbe stato, dunque, quello di emulare gli antichi. La nuova costruzione fu iniziata, forse, dal Conte Giovanni Battista Della Torre.

Per un certo periodo, nella Repubblica Veneziana la vita sulla terraferma fu buona per chi aveva denaro, e i Della Torre ne avevano. Il Veneto era sufficientemente lontano dalla Roma papale da poter sentire l'impatto del flusso continuo di scritti che arrivavano dall'altro versante delle Alpi per mano di un monaco tedesco che aveva criticato il papato, e dalle altre tradizioni orali provenienti da Ginevra – ci riferiamo ovviamente al punto di vista cristiano di Giovanni Calvino. Il Conte Della Torre era un parente di Marcantonio Thiene, l'uomo dietro al successo del Palladio nell'ottenere l'appalto della Basilica di Vicenza. I Thiene, ed in particolar modo Ottavio, svolgevano attività religiose antipapali tra Vicenza, Chiavenna (sul confine delle Alpi) e Ginevra.

Il Sacco di Roma del 1527 mise in moto una serie di eventi che avrebbero avuto impatto nella vita quotidiana di Fumane. Il Cardinale Giovanni Pietro Carafa e il suo ordine religioso ascetico, i cui membri erano conosciuti col nome di 'Teatini', si trasferirono dalla città papale sotto assedio e andarono a Venezia. Carafa sarà ricordato per aver organizzato l'Inquisizione del 1542. Sono gli stessi che, dopo aver cercato di sradicare i non ortodossi Catari nel XIII secolo, vennero riportati al potere per combattere coloro che protestavano contro i Cristiani Cattolici. In Italia la nuova Inquisizione venne chiamata 'Congregazione del Sant'Uffizio (viva e vegeta tuttora, fa parte della Curia Romana col nome di Congregazione per la Dottrina della Fede). Tre anni più tardi, in dicembre, ebbe inizio il Concilio di Trento – anche se inizialmente venne proposto che si tenesse fuori dal territorio del Sacro Romano Impero, a Vicenza, focolaio di Cristiani antipapali. (Alcuni dicono che queste sette cristiane fossero gli Anabattisti, i Sociniani, i Valdesi, i Calvinisti e persino i Luterani, mentre in realtà non sembra esserci stata nessuna di queste, e che fossero invece delle confraternite autogestite di lettori della Bibbia, i 'Fratelli d'Italia' o 'Spirituali' o evangelici o gruppi che si autodefinivano semplicemente Cristiani). L'Inquisizione si era fatta strada all'interno dell'anima spirituale del Veneto e stava cercando di sradicare qualsiasi pensiero non romano e non papale dell'antica Cristianità Veneziana.

La seconda parte continua con alcuni personaggi del XVI secolo che conoscevano la casa, e pone la seguente domanda: si nascosero presso la tenuta?

Nei dintorni di Verona, città che nella metà del XVI secolo non aveva forse più di 50.000 abitanti, si trovava un esempio poco conosciuto di architettura di antica simbologia. Villa Della Torre, situata vicino alla strada che univa la Roma papale alla Germania e all'Austria imperiali, proprio all'incrocio che connetteva la Milano contesa da Francia e Spagna con la Venezia repubblicana, si affacciava proprio sui sentieri che erano stati percorsi da abitanti preistorici come Ötzi, le truppe romane, i mercenari svizzeri, i lanzichenecchi tedeschi e i frati Domenicani che trasportavano messaggi dal conclave di Trento a Paolo VI, rimasto fermamente seduto sul trono di San Pietro.

Villa Della Torre era stato un progetto di ricostruzione durante gli anni di pace che seguirono le guerre italiane, e un frammento più vecchio venne incorporato in una nuova progetto che emulava gli ideali portati avanti da Vitruvio. Una villa di campagna necessitava di simmetria, di un atrio e di un paio di ali. Ciascun elemento era ben definito nel libro 6 del De architecturae di Vitruvio. L'orientamento della villa doveva tener conto degli elementi della natura, visto che venti penetranti obbligavano a progettare stanze passive, che prendessero il maggior calore possibile. La tenuta di Fumane non è allineata perfettamente secondo i punti cardinali, infatti guarda il nord spostata di circa 30° verso ovest. Questo 'segreto' è lo stesso usato da architetti più vicini ai nostri giorni – come Frank Lloyd Wright – i quali, se le circostanze lo permettono, nel progettare su carta l'edificio poggiano l'ipotenusa di un triangolo di 30°60°90° sull'asse est-ovest e poi innalzano sul triangolo stesso i muri a 90°, in modo che ciascuna facciata della casa riceva la massima luce solare.

“Nelle nostre strade battute dal vento non ci saranno case che non ricevano un po' di calore solare per qualche ora al giorno; e neppure mancherà loro la brezza gentile... ed esse non saranno però molestate dalle raffiche, perché queste saranno disperse dalla tortuosità delle strade”. Leone Battista Alberti

Abbiamo preso nota mentalmente dei 13 scalini semicircolari che dal limite nord portano in giù dentro il cortile. Ma i numeri non si fermano alla fine della scalinata. A seconda di come si contano le balaustre che racchiudono tre dei quattro lati del cortile d'ingresso, se ne scoprono quattro serie da sette (Dio creò l'universo in sette giorni; c'erano sette pianeti 'visibili' nei cieli: cinque pianeti, il sole e la luna, perciò la casa deve avere misure divine), oppure due serie di otto e una serie da dodici, senza mai contare una balaustra due volte (un otto di Fibonacci e un dodici vitruviano, entrambi numeri che se usati in architettura erano considerati in qualche modo eretici, precristiani, da tribunale eretico).

La Chiesa ha fatto sua la simmetria molto tempo fa. Forse questo dipende dal suo essere romana, ma è più ragionevole pensare che sia invece per via dell'esperimento di Pienza della metà del XV secolo, quando Leone Battista Alberti stava scorrendo le citazioni mal riportate di Vitruvio. Il suo libro, De re aedifictoria, fu finalmente pubblicato in italiano nel 1546, sebbene alcuni pezzi, sotto forma di pamphlet, fossero circolati per secoli col passaparola. Il Primo Rinascimento italiano era caratterizzato da chiese a pianta centrale, maggiormente allineate con le chiese del martirio e della memoria dei primi Cristiani bizantini: quadrate, ottagonali e tonde. In quei primi esaltanti giorni intorno all'inizio della nuova Roma cristiana e alla realizzazione della perdita competa di Costantinopoli, essi avevano cercato le forme più pure dell'architettura per le singolari manifestazioni spirituali del mondo ‘costruito dal uomo’. Sant'Agostino aveva preparato la strada scrivendo “La Città di Dio” in quanto adesso la città di Dio sarebbe stata Roma. La purezza semplice dell'architettura divina serviva per incoraggiare la purezza in una classe sacerdotale che stava diventando sempre più materialista. Con l'arrivo del Sacro Uffizio dell'Inquisizione, però, molte manifestazioni del cristianesimo degli inizi non furono più accettabili. Anche la nuova San Pietro del Bramante, progettata come martyrium con pianta centrale, doveva essere modificata, allungata e tirata lungo gli assi per acquisire la nuova forma ufficiale: quella della croce latina. È sufficiente guardare la pianta del pavimento della basilica per notare le modifiche alle piante centrali che Bramente, Raffaello, Peruzzi, Sangallo e Michelangelo dovettero velocemente apportare negli anni che precedettero il Barocco della Riforma. Oggi vediamo la San Pietro di Carlo Maderno (1556-1629), con la struttura della croce latina prestabilita. Carafa, assunto a papa Paolo IV, era addolorato che l'edificio fosse più corto rispetto alla struttura costantiniana del IV secolo e anche (si potrebbe sospettare) turbato dal martyrium di tipo pagano, visto che una croce latina avrebbe comunicato il messaggio di Roma in modo più chiaro: la cristianità romana doveva essere la sola cristianità. Potete trovare gli ampliamenti di Maderno a cominciare dalla Cappella del Coro e dalla Cappella del Sagramento. La simmetria era ancora sacrosanta, ed era ancora migliore quando gli elementi si specchiavano.
Uno sguardo attento al corpo umano, manifestazione dell'immagine di Dio sulla terra, rivela però asimmetria: una metà di un viso non è esattamente uguale all'altra. Anche Vitruvio ci avverte:
Non enim verso videtur habere visuseffectus sed fallitur saepius iudicio ab e omens.
Si sa che la vista non sempre produce effetti reali, infatti la mente viene spesso ingannata da giudizi di tipo visuale.

Nello stesso capitolo l'antico romano fornisce anche una chiave all'architetto 'dotato' che deve fare delle modifiche: sottrarre o aggiungere al sistema proporzionale. Villa Della Torre, grazie a Vitruvio e Alberti, è stata progettata da un architetto dotato e talentuoso; la casa infatti non è simmetrica ma semplicemente fuori allineamento, cosa che fa si che il visitatore cammini con le spalle non in squadra con l'edificio. Non conosciamo il nome della persona o del team di progettisti. Un occhio non esperto riesce a vedere il problema, guardando attraverso il peristilio e il ponte della pescheria, un laghetto per pesci in parte nascosto da una fontana che sormonta tre gradini d'accesso. Il tre era, ovviamente, il numero di Pitagora e di Fibonacci. La fontana originale, “due conche”, è stata spostata sul lato sud-ovest della villa. Questa fontana 'spostata' è molto più grande e avrebbe bloccato ancor di più la vista assiale che si può vedere oggi. L'asimmetria nella pianificazione urbana in larga scala era stata notata da Alberti nella curvatura della via principale di Pienza: “... sarebbe meglio... se le strade non andassero dritte fino alle porte... Perché così, oltre a sembrare molto più lunghe, aggiungerebbero grandezza alla città...”

Poiché il quadrato (1:1) era la seconda forma preferita dopo il cerchio perfetto, le misure 3-4-5 la cui somma è dodici (numero zodiacale e apostolico allo stesso tempo) non sarebbero state prese in considerazione dal Sacro Uffizio. In realtà, durante la fase di costruzione non c'era metodo più semplice per trovare un angolo di 90° che usare le misure 3-4-5 con una corda o utilizzare una norma fatta a mano, la “squadra” del carpentiere. Consideriamo l'edificazione di un progetto urbano minore, costruito con quadrati multipli uno sopra l'altro, che constano di quattro angoli. Ci sono degli ulteriori angoli, quattro per ogni serie, se includiamo le colonne, tutte innalzate a 90°. Il peristilio di Villa Della Torre è un rapporto 4:3 preso direttamente da Pitagora, detto anche sistema tetrachico, ma l'occhio è portato maggiormente verso le colonne bugnate, non greche, che danno l'idea di una casa di campagna senza raffinatezza o pretese. Queste colonne bugnate potrebbero essere state ispirate dal Palazzo del Tè di Romano, dove l'architettura tradizionale è disallineata in modo giocoso. In ogni caso, con o senza colonne bugnate, il rapporto di 4:3 è nascosto alla visuale anche se sta in piena vista.

Le due ali a nord e a sud della tenuta diedero il via all'idea di allestire stanze “stagionali”. L'uomo moderno provvisto di mezzi meccanici per riscaldarsi deve tenere a mente che quello di cui stiamo parlando era un mondo illuminato dal fuoco, riscaldato dal fuoco e che col fuoco cucinava. Dove non c'era il fuoco, il sole diveniva l'unica risorsa, e la luce solare che entrava dalla finestra significava tutto. In Italia l'estate era calda, quindi l'alternarsi delle stagioni divenne un alternarsi di stanze: la sala da pranzo autunnale, la sala da pranzo estiva, la sala da pranzo invernale e quella primaverile. Una tavola e il suo set di sedie venivano spostate in giro per la casa per accompagnare la natura nei suoi cambiamenti di temperatura. Questa idea, molto pratica visti i cambiamenti di temperatura, e annotata sia nel De architectura che nel De re aedificatoria, in pratica significava nella necessità di un enorme quantità di spazio, quattro volte quello che i moderni allocherebbero per lo stesso tipo di esigenza. Villa Della Torre non sarebbe stata l'unica tenuta ad utilizzare tutto questo spazio. Guardando il suo progetto “distorto”, ci si rammenta che la luce del sole poteva entrare solo se la pianta veniva spostata dal nord reale di 30° o più. Luce del sole in ogni stanza per tutto l'anno era una grande impresa. Per quei tempi, un tale sistema di riscaldamento solare passivo era geniale.

La posizione della casa, approssimativamente spostata di 30° rispetto al nord reale, potrebbe fornire un indizio sul possibile significato nascosto dell'edificio. Innanzitutto, senza il triangolo di plastica che si usa comunemente oggi, descrivere il processo senza il beneficio dell'uso di un diagramma fece sì che lo spostamento di 30° provenisse da un rapporto di 2:1. E' come se fossero stati disegnati due quadrati, uno accanto all'altro, a formare un rettangolo di 2:1. Prendendo una delle sue misure della lunghezza dei lati del rettangolo con una corda, si tracci un arco attraverso la larghezza, un quadrato singolo, fino al lato opposto. Non appena la corda ad arco tocca il lato opposto, l'angolo al centro del raggio è di 30 o 60 gradi. I tipici edifici ecclesiastici erano stati orientati verso i primi raggi del sole orientale, secondo un'asse est-ovest, non su un angolo (anche se esistono delle eccezioni). Si consideri per un attimo il fatto che una struttura grande che, terreno permettendo, non sia posta su un asse est-ovest, avrebbe potuto essere dichiarata non cattolica, perciò non ortodossa, quindi eretica.
Fatta eccezione per l'area costruita sulle vecchie fondamenta, nel quadrante sud-est, la disposizione delle mura è molto vicina ai 90° per tutta la sua ampiezza. I documenti dei Della Torre sono sparsi in vari musei in giro per il mondo e nessuno è stato catalogato, e forse addirittura nemmeno letto, per anni. Sfortunatamente, non siamo a conoscenza di alcuna osservazione o pensiero scritto che sia stato prodotto al tempo della costruzione. A parte il peristilio, al piano terra i rapporti che compaiono nelle stanze principali dotate di camino sono di 3:2 o 5:3. Una zona di raccordo nel lato ovest ha un rapporto semplice di 2:1. Il giardino d'ingresso che si trova sul lato monte, un cortile, sembra essere quasi un rapporto 5:3. L'aggiunta di un muro di contenimento e di un cancello d'ingresso “spostato” (quello attualmente usato per entrare nella residenza), potrebbero essere stato aggiunti come conseguenza dello sviluppo della rete stradale. Questa leggera variazione è segnata sulle mappe dal 1562 al 1752, dove viene indicata una strada a fianco della villa, ed un “brollo” o brullo come si dice in italiano oggi, che descrive un'area spoglia, un sentiero sterrato pulito e ben segnato. La mappa del XVIII secolo indica chiaramente un ingresso alberato sopra la casa, che scende verso la scalinata semicircolare. Il brullo non c’è più, poiché una parte di esso è coperto dall'asfalto della strada principale che passa intorno al Monte Noroni e porta alla Val Lagarina, arrampicandosi lungo il versante delle alte Prealpi, chiamate Monti Lessini.

In generale, la villa segue gli ideali vitruviani. L'uso sobrio della simmetria fu ad opera di un abile architetto e probabilmente fu stimolata da parte dei proprietari; i maggior ‘sospettati’ sono uno dei figli di Giovanni, Giulio Della Torre, la sua ricca moglie Anna Maffei e i loro tre figli, Antonio, Gerolamo e Francesco.

Ad un certo punto, verso il 1529/1530, la famiglia Della Torre consisteva di parecchi membri di una famiglia allargata che vivevano tutti assieme. Giulio Della Torre (1480-1560/1563) appare sui documento ufficiali come il capo del gruppo. Nel 1541, pochi mesi prima che venisse creato il Sacro Uffizio, c'erano quattordici Della Torre che vivevano tutti sotto lo stesso tetto. Non v'è dubbio che durante il periodo più intenso dei lavori di costruzione della villa, la famiglia usasse un palazzo nel centro di Verona, ora modificato. Respirare l'aria di campagna era considerato più salutare che vivere in centro e respirare le polveri della città. Giulio aveva sposato Anna Maffei molto presto, nel 1504. Della stirpe che viveva nel palazzo o nella villa, Francesco e Gerolamo erano i figli maggiori, mentre Antonio arrivò nel 1513. Il lignaggio sarebbe continuato con Antonio e i suoi nove figli, incluso Marcantonio. I Della Torre erano degli aristocratici al massimo livello della società, con buone conoscenze tra l'aristocrazia veneziana. Erano legati ai famosi Thiene di Vicenza ed associati ai Gonzaga che governavano Mantova, passato il fiume Po a sud del territorio veronese. Ed erano in contatto con i migliori architetti disponibili nella zona alta del nordest d'Italia. Come testimoniato dai tre archi della facciata di Palazzo Canossa, costruito appena fuori Porta Borsari a Verona e il cui progetto si ritiene sia suo, già dal 1537 l'architetto Sanmicheli aveva subito l'influsso del Palazzo Tè di Giulio Romano. Palazzo Canossa si trova a soli tre minuti a piedi dal palazzo dei Della Torre.

Datare la costruzione di Villa Della Torre è più problematico. Gli anni 1558/1559 come data convenuta di fine dei lavori proviene da un'incisione su una campana della torre della cappella. Spesso si usava iscrivere delle date negli edifici, sull'ultimo strato di intonaco, oppure su una campana, come qui, per segnare la fine dei lavori di costruzione. La forma piuttosto quadrata della villa, l'orientamento approssimativamente verso nord, e la pescheria col ponte sembrano ricordare i lavori di Giulio Pippi detto Giulio Romano (1492/1499?-1546) e il suo Palazzo Tè a Mantova. Palazzo del piacere costruito con proporzioni immense, Palazzo Tè (1530-1536) fu costruito per ordine di Federico II Gonzaga per la sua amata Isabella Boschetta. Lui era Marte e lei Venere nella villa cosmica e sensuale che si trova fuori dalle mura, lontano dalle occhiate curiose degli abitanti di Mantova. Mantova si trovava ad un solo giorno di cavallo da Fumane. L'ipotesi che l'ex “braccio destro” di Raffaello, Romano, possa aver lasciato la sua casa di Mantova per venire in questa parte del Veneto è senza dubbio generata dalla presenza del peristilio quasi quadrato e dalla pescheria del lato sud della villa.

Romano, che arrivò a Mantova nel 1524, passò parecchi anni nel palazzo del centro dove Mantegna aveva dipinto le famose prospettive “da sott'in su” che celebravano le vite dei primi dodici imperatori di Roma. Erano prospettive realizzate in stanze private, che lasciavano tutti gli invitati a bocca aperta. In veste di nuovo architetto della corte dei Gonzaga, Giulio doveva soddisfare grandi aspettative. I suoi contatti con Raffaello e la sua conoscenza degli affreschi illusionistici e della costruzione secondo i modelli del manierismo romano fecero si che egli fosse occasionalmente consultato in merito a vari progetti, come Palazzo Thiene (contratto datato 10 ottobre 1542 con Marcantonio Thiene), e personalmente coinvolto nella riconfigurazione della Basilica del Palazzo della Ragione, entrambi in Vicenza. Anche Vicenza si trovava ad una giornata di cavallo da Mantova. La novità del suo Palazzo Tè è ben testimoniata: gli ospiti chiedevano che i letti fossero posti nelle stanze persino durante la costruzione, per poter dire di aver dormito in quella magnifica casa, anche se non era ancora finita. Alcuni di loro cercarono di corrompere i capicantiere per avere in cambio le copie dei progetti da portarsi via. Il fatto che la residenza di Fumane abbia delle caratteristiche simili non è dopotutto una grande sorpresa. Fare dei parallelismi tra una casa e l'altra, sulla forma della pianta o sui dettagli volumetrici, sembra pratica piuttosto comune negli anni che precedono l'invenzione della fotografia, non molto diversa da ciò che fanno i proprietari di casa al giorno d'oggi quando passano in rassegna giornali e film alla ricerca di immagini a loro congeniali che possano essere utilizzate nella costruzione delle loro case o di altri edifici. Se il Palazzo Tè ha fornito qualche idea da utilizzare a Villa Della Torre, le colonne di Villa Della Torre potrebbero aver ispirato le colonne decorative dell'opera incompleta di Palladio detta Villa Serego (1565), che si trova vicino a Pedemonte, in Valpolicella, presso Santa Sofia – a meno di cinque chilometri. Palladio completerà Palazzo Thiene di Vicenza dopo la morte di Romano.

(1530-1536) - C'è poi Ridolfi. Le date esatte sono difficili da stabilire, pur esistendo un censimento dell'epoca, e la registrazione dei battesimi e delle morti. Rinomato stuccatore, Bartolomeo Ridolfi non ha una data di nascita e di morte certa (1510? - dopo il 1570). Ridolfi creò numerose mensole di camini e bordi di focolari assolutamente fantastici: tre su quattro sono facce gigantesche di mostri con le bocche aperte, pronte a digerire tutto ciò che viene messo nel camino. La passione per i giganti e per il soprannaturale era di moda durante il XVI secolo. Ad esclusione di quelli di un palazzo a Vicenza, che si dice sia stato cominciato da Romano, e di quello completato da Palladio, che conteneva due caminetti con figure mostruose piuttosto piccoli, questi sono i più bei caminetti 'mostruosi' del mondo. E però sappiamo molto poco dei costruttori e degli ideatori della tenuta poco fuori Fumane. La partenza dello stuccatore, insieme al figlio, verso la corte polacca, nel 1562, ci fornisce l'unica data sicura: nel 1562 Villa Della Torre era finita. Come nota di possibile interesse, il Re Sigismondo II di Polonia aveva “aperto al vangelo [non papista, non basato su insegnamenti calvinisti, basato sulla Bibbia] la porta del suo regno” a Bernardino Ochino nel 1564. Rodolfi si trovava già li.

Del completamento della dimora abbiamo testimonianze che provengono dall'esterno, come le osservazioni di Giorgio Vasari, che nella sua seconda edizione delle Vite annota i lavori di Michele Sanmicheli (1484-1559) per la costruzione della cappella a pianta centrale della tenuta. La morte di Sanmicheli nel 1559 precede di un anno, se accurata, la data incisa sulla campana, 1558. Lo studio di Sanmicheli potrebbe aver completato la cappella e i lavori per la torre. Uno potrebbe supporre che la costruzione fosse stata completata nel complesso. Dal 1530/1535 fino al 1558/1559, e fino alla partenza di Ridolfi nel 1562, vi furono una o più finestre di tempo utile per la pianificazione, modifica, costruzione e installazione, tempo più che sufficiente per costruire e ammobiliare la tenuta.

Vale sicuramente la pena di osservare che la cappella, completata più o meno intorno alla morte di Sanmicheli, fu costruita con pianta centrale e non a croce latina come suggerito dal Sacro Uffizio, ma potrebbe esserci un buon motivo. Per via di un nartece, un atrio interno, la prima “sensazione” della cappella è quella di una forma allungata. La struttura si trova all'esterno delle mura della tenuta, perciò si poteva sicuramente sostenere con gli inquisitori del Sacro Uffizio che la terra aveva un costo elevato e che avevano cercato di farla sembrare allungata nonostante le costrizioni fisiche della proprietà. O forse nessuno chiese nulla. Potrebbe esserci dell'altro. E c'erano anche degli altri elementi architettonici “nascosti”.

Nel tiepido lato sud della villa, sotto la pescheria, letteralmente sotto un paio di scalini che portano ai giardini più bassi, si nascondeva una faccia: una faccia con due occhi e la bocca. Non si tratta di una faccia ben definita, come la faccia del Sacro Bosco di Orsini. Entrambe hanno due occhi e una bocca - per un totale di tre aperture che si riferiscono ai numeri del ciclo della natura - ma se le consideriamo come facce che ci guardano, allora i lineamenti prendono il sopravvento, mentre il numero di aperture diventa meno importante, essi divengono elementi nascosti. La grotta di Fumane è quasi circolare, frastagliata ma circolare. Sembra che sia tenuta su da un supporto centrale, un ‘fungo’ o un ‘gambo di fungo’. Alla base si trova una panchina. C'è un'altra faccia all'interno, più elegante, non diversa da quelle che Ridolfi aveva messo all'interno della casa principale. A cosa serviva questo spazio, e come veniva usato?

Grazie alle conoscenze di famiglia, attraverso il vescovo locale di Verona, Matteo Giberti, e a contatti come gli architetti Romano e Sanmicheli, umanisti, filosofi, autori e simili sono senz'altro passati per Fumane. Possiamo ritenere che anche Palladio fosse tra questi. I suoi progetti nella zona cominciano già dal 1564. Ha pubblicato osservazioni e lasciato molti schizzi e annotazioni sugli edifici romani del centro di Verona, che nei giorni limpidi si riusciva a vedere da Fumane stando nell'antico brullo d'ingresso. Il principale mecenate di Palladio, dopo il suo mentore Giangiorgio Trissino, era Marcatonio Thiene. Come sarebbe stato possibile che Palladio, architetto locale di grande pregio, non avesse degli accordi presi a suo favore – una lettera, una parola detta, un invito a visitare questa famosa dimora che si trovava a soli cinque chilometri da uno dei suoi cantieri? Anche se non fosse andato lì di sua spontanea volontà, che dire dei (suoi) clienti aristocratici che desideravano superare la fama della villa di Fumane? Un architetto deve pur stare al passo coi tempi e gli stili, no?

A questo mix dobbiamo aggiungere una altro colpo di scena, pur trattandosi forse di pura speculazione... Ma forse no, tutto sommato. Le confraternite del Veneto, quelle che si professavano cristiane ma senza il bagaglio della cattiva gestione papale, del rito e del cerimoniale, di circoncisione si o circoncisione no, del sacramento e compagnia bella, avrebbero dovuto offendersi per ogni richiesta romana. Era certo che i portavoce, i Domenicani, i legati e i ministri del Sacro Uffizio arruffassero più di qualche penna e ogni tanto abusassero della loro autorità per cercare di controllare l'unità della fede.

Venezia si era auto promossa custode del corpo del venerabile San Marco, l'evangelista. In Veneto la stabilità religiosa continuò per i settant'anni dell'esilio da Roma, quando il papa francese viveva ad Avignone e il papato era a rischio di scismi. Sin dalle origini della stessa Venezia, attraverso i primi secoli cristiani quando Costantinopoli, e non Roma, era il centro della cristianità, la repubblica insulare aveva avuto un rapporto particolare con il Cristianesimo. Forse Venezia aveva creduto di essere il centro europeo del pensiero cristiano moderato. Costantinopoli era stata la sede religiosa del potere cristiano vero e proprio fino al 1453, dopodiché i veneziani continuarono a spostarsi dentro e fuori dalla zona molto tempo dopo la sconfitta navale del Sultano d Lepanto (1571).

Ci sono poi le confraternite religiose veneziane chiamate “Fratelli d'Italia”, “Illuminati” o “Spirituali”. Nel XIX secolo furono denominati “Sociniani”. Alcuni usavano un nome con una connotazione più derogatoria, Nicodemisti. Il termine indica i seguaci di Nicodemo, autore del Vangelo apocrifo di Nicodemo; questo seguace di Cristo è nominato tre volte nel Vangelo di Giovanni. In base al suo racconto, egli assistette Giuseppe di Arimatea nel preparare il corpo di Cristo dopo la Crocifissione, una funzione più intima di quello dei Discepoli. Dalle letture su Nicodemo del Vangelo di Giovanni, in una parte direttamente collegata alle conversazioni di Nicodemo con Cristo, proviene inoltre la creazione contemporanea del termine descrittivo “rinato”. Tali confraternite sembrano avere un credo cristiano evangelico.

A causa di semplici cambiamenti nelle operazioni della Chiesa, promossi nel XIII secolo, i Catari avevano distolto lo sguardo da Roma come guida morale. Non sarebbero stati gli ultimi a porre domande pungenti ai padri di Roma. Il pensiero lineare romano non sarebbe stato sempre una linea retta. La semplice digressione da un sentiero ortodosso era, per definizione, un modo di cambiare direzione rispetto a quella prestabilita: un'eresia. C'era stato San Francesco, che aveva cercato di portare purezza nella Chiesa per mezzo di una vita meno materialista. Allora, nel XVI secolo, c'era un cristianesimo fiabesco, senza gli intrighi degli umani, che rispecchiava lo spirito del tempo. Dal tempo in cui i catari erano stati uccisi, i cristiani si erano rivoltati contro altri cristiani. Si trattava spesso di ortodossi contro presunti eretici. Ma chi definiva la strada che portava dritta verso Dio? Dal 1453 i papi sostenettero l'autorità terrena. Tempo dopo, gli abusi papali da parte di Alessandro VI, Giulio II, Leone X e persino Clemente VII avevano trasformato il papato in uno dei tanti regni terrestri a base di ricchezza e corruzione, non nel Regno di Dio. Nel Veneto, questi ricordi di cupidigia, conflitti e saccheggi papali erano ancora vivi. Una religione terrena riallineata in base allo sfarzo, alla pompa e al denaro avevano fatto ribellare Martin Lutero. Costui non è stato il solo, semplicemente è quello che è diventato più famoso. Le indulgenze, il perdono sotto pagamento di denaro, erano troppo. E così ci furono le perdite da parte della Lega di Cambrai, poi della Sacra Lega, ed ora le misure repressive per ottenere uniformità nella pratica religiosa mentre il papa Paolo IV (Carafa) ordinava Bolla dopo Bolla. Il papa aveva deciso di bloccare “la porta erudita” usata da coloro che cercavano strade alternative per la salvezza personale. Anche questo papa ricercò un unico vessillo papale come quello immaginato tempo prima da San Domenico nel XIII secolo: l'Unità di Fede.

I preti locali erano spesso poco istruiti e sempliciotti, incapaci di insegnare la Parola del Signore. Una domanda difficile: “Che dire della conoscenza di Cristo e della forma più pura della Sua religione?”. L'editoria e Lutero avevano aperto la porta, per sempre. Forse si potrebbe cominciare con un primo passo, oggi almeno ci sembra un passo facile; uno potrebbe cominciare leggendo la Bibbia. Non va dimenticato che in questa zona d'Italia il Santo più importante era quello che aveva lasciato un testo leggibile e stampabile su Cristo: il Vangelo di Marco. Di Pietro, abbiamo soprattutto la leggenda o la parola di altri scrittori

Il XVII secolo vide preti, e preti solamente, designati dal papa come portavoce della Parola di Dio. Un prete incapace di leggere le Sacre Scritture costituiva un problema per la gente istruita. Verona si spostava in massa per ascoltare le prediche dell'ex prete colto, ora predicatore evangelista, Bernardino Orchino, prima che fosse obbligato a sottrarsi agli Inquisitori fuggendo in Boemia. Il pubblico comprò opuscolo dopo opuscolo, come il trattato evangelico nuovo di zecca “Beneficio di Giesu Christo” che ebbe circolazione ovunque nel 1543, l'anno dopo l'istituzione del Sacro Uffizio a cercare di eliminare tali eresie. Si tratta di argomentazione da evangelista “rinato” che insegnano come vivere una vita da Cristiano. Decine di migliaia di altri documenti stavano uscendo dalle macchine da stampa veneziane dirette a cittadini affamati e desiderosi di conoscenza. Roma non sapeva cosa fare. L'ufficio dell'Indice (Indice dei Libri Proibiti, 1559) venne creato per sradicare i libri eretici, e furono introdotti i falò dei libri. Poco dopo tutto sarebbe stato censurato.

I Della Torre, Sanmicheli, Tiene e Palladio erano sicuramente colti. Il fatto che Venezia avesse pubblicato una versione vernacolare della Bibbia invece di quella latina autorizzata scritta nella vulgata sacra mostra chiaramente che la popolazione locale era interessata al pensiero cristiano, però senza l'interferenza della Roma papale. Nessuna interpretazione da parte di preti, solo la semplice lettura della Parola di Dio. Questo argomento sarebbe stato sollevato in discussioni future, e anche la clientela di Andrea Palladio e le loro difficoltà personali con il Sacro Uffizio e i loro rapporti con Giovanni Calvino. Per ora, per cortesia tenete a mente che a quell'epoca possedere una Bibbia in lingua originale significava morire bruciati.

Per quanto riguarda la tenuta Della Torre, ecco l'ipotesi non provata: la casa venne costruita asimmetricamente e spostata - per ricevere più calore - di 30° rispetto al Nord reale perché doveva essere un luogo sicuro per il culto antipapale. Nella tiepida grotta sotto le scale si poteva leggere al sicuro, senza essere visti, e si poteva sentire se qualcuno si avvicinava e nascondere la propria Bibbia nella bocca oscura del mostro prima che chiunque potesse entrare. Una chiesa a pianta centrale e una grotta circolare e rotonda, probabilmente commemorativa della tomba di Cristo, fecero dei Della Torre e dei loro amici selezionati i primi ad avere un martyrium monumentale per commemorare la morte e la resurrezione di Cristo. La casa sembrava incarnare il mondo della purezza e della semplicità.

Villa Della Torre di Fumane è stata dunque un rifugio sicuro, direttamente sotto il naso delle spie Domenicani che andavano in cerca di eresie da bruciare all'ombra del Concilio di Trento? Non sapremo mai la verità, poiché qualsiasi documento pertinente è stato bruciato – se esistito - molto tempo fa. Le trattazioni antipapali erano troppo pericolose perché gli fosse concesso di circolare. Nel 1563 durante un controllo doganale a Como, in una balla di seta di Pellizzari vennero alla luce, nascoste profondamente all'interno, copie della Bibbia in lingua volgare e opuscoli religiosi, assieme a lettere ai “Fratelli d'Italia”, elencati per nome. Probabilmente erano in viaggio da Venezia/Vicenza verso antipapisti che vivevano in Chiavenna lungo i confini con la Svizzera, nel limitare nord del Lago di Como. La scoperta generò ondate di shock per tutta la regione Veneto, man mano che le persone sulla lista venivano localizzate e arrestate. I condannati erano membri ben conosciuti dell'elite vicentina, probabilmente amici dei Della Torre se non altro per gerarchia sociale. Alcune delle vie di fuga da Vicenza verso la neutrale Svizzera (terra di Calvino), numerose passavano vicino a Villa Della Torre. Qualsiasi antipapista sapeva cosa guardare per individuare una casa sicura lungo le “strade segrete”. L'asimmetria era in cima alla lista. Certi numeri su elementi visibili contavano. Dobbiamo ancora comprendere il significato della mancanza di decorazione e certi altri accorgimenti decorativi. Forse l'apertura a forma di bocca di mostro dei camini era un indizio. Immaginate di sedervi accanto, col fuoco che crepita, a contemplare la collera di Dio che divora i papisti.

I rapporti di volume sono più difficili da distinguere in quanto rapporti, eppure c'è una sensazione precisa mentre si attraversano gli spazi, e queste antiche forme a cubo probabilmente facevano parte del “pacchetto sicurezza”. Villa Della Torre era una dimora sicura? È difficile rispondere a questa domanda, perché di sicuro anche se fossero stati scritti degli appunti o delle lettere, nessuna documentazione scritta sarebbe sopravvissuta. Un documento inopportuno trovato da un inquisitore era una condanna a morte. Con una dimora così grande sita sulla strada che univa Verona e Trento, non c'è dubbio che qualche volta un inquisitore in viaggio si sia fermato a dormire nella casa proprio mentre un “Fratello d'Italia” vi si stava nascondendo. Potrebbero persino aver condiviso lo stesso pasto, indugiando, riscaldati dal mostro e dal fuoco. L'ammonimento biblico “cerca e troverai” era vivo e vegeto in questa tenuta e in altri posti sparsi in giro per il nordest d'Italia. Il lettore della Bibbia trovava complicità tra la retorica e l’ambiente costruito dal uomo, mentre il praticante cattolico disinformato rimaneva all'oscuro. Ai giorni nostri, possiamo solo speculare. Possiamo sicuramente dire, comunque, che se l'Inquisizione, capeggiata dai Domenicani e supportata dai Francescani su richiesta ufficiale di papa Paolo VI, non fosse stata così forte, questa parte dell'Italia non sarebbe il dominio di cattolici che si pensa sia oggi, ma sarebbe considerata una regione “protestante”.

Nel 1569 questo stesso quadrante dell'Italia fu funestato da piogge torrenziali e da inondazioni. L'Adige scrosciava attraverso le aperture nel marmo rosa di Ponte Pietra (il ponte romano) con un clamore assordante. Possiamo immaginare che l'acqua colasse dalle ripide colline sopra la villa, forse incanalata lungo la strada che passa sul fianco orientale. Non è mai venuta alla luce nessuna annotazione di danni alla villa. Dopodiché, nel 1572, nella costellazione di Cassiopea fu osservata una supernova grande abbastanza da poter essere vista ad occhio. Qualsiasi cambiamento nel “cielo perfetto creato da Dio” sembrava presagire qualcosa di terribile, negando la qualità perfetta dei cieli insegnata dalla Chiesa a Roma. Ai giorni nostri noi guardiamo molto raramente il cielo, ma tracce di quel periodo abbondano nel nostro linguaggio, come la parola di origine latina per descrivere qualcosa di catastrofico, il “disastro”: dis, ovvero “non di” ed aster, “le stelle”, come nelle parole astronomia e astrologia. Perciò un disastro è qualcosa “non delle stelle”. In dicembre arrivò un'eclissi, evento da sempre atteso con paura e trepidazione. La proprietà fu divisa nel 1573, poco prima della morte di Gerolamo, che era diventato il capo del clan dopo il decesso di suo fratello minore, Antonio. Gerolamo non aveva eredi e perciò dovette dividere la proprietà tra i suoi nipoti, i figli di Antonio. Il nipote Marcantonio ricevette la parte più grande – quel Marcantonio che accoglierà Veronica Franco nella tenuta terriera di Fumane. Più avanti, nel 1610, un'ulteriore suddivisione suddivise la proprietà in parti più piccole.

Ma cosa c'è da sapere sulla casa stessa? Nel 1575, molto tempo dopo che i lavori di costruzione erano finiti e solo quelli di manutenzione andavano avanti, in questa dimora davvero straordinaria arrivò Veronica Franco, o per essere esatti arrivò per nascondersi dalla peste che aveva funestato Venezia per più di due anni. Aveva ventinove anni. È in gran parte grazie ai suoi scritti che il mondo ha potuto conoscere la villa. “La Cortigiana Onesta” di Margaret Rosenthal ed il suo seguito, il film dal titolo Dangerous Beauty, hanno portato ulteriore fama, nonostante non venne filmata nessuna scena nella villa – un vero peccato. La sua poesia racconta il tempo passato a Fumane:

Non vorrei da l’un canto esser mai stata
a quell bel loco, per dover partire
come fei, non ben quivi anco arrivata.
Così gravoso il ben suol divenire,
che, quant’egli è maggior, via maggior duolo
col dilungarsi in noi suol partorire:
tosto ne va ‘l piacer trascorso a volo;
ne ponendo in ragion l’util passato,
a la perdita mesti attendem solo.
E non vorrei però da l’altro lato
sì vago nido non aver veduto,
a la tranquillità soave e grato. (25.1-12)

Mentre sorge l'occasione di dibattere la polemica della poesia amorosa italiana del XVI secolo in terza rima, partendo da autori dello stampo di Pietro Bembo per arrivare fino alle nuove edizioni di Ovidio, torniamo al nostro proposito che è quello di ritornare alla casa. Veronica Franco fece parte di un periodo unico. La peste che aveva attaccato Venezia fece si che i veneziani si vedessero, come in uno specchio, a lamentarsi, implicati in un crimine che colpì profondamente l'anima della città: le origini mitiche virginali. L'epidemia veniva contrastata con la preghiera costante, le buone azioni, e la penitenza. Forse le guerre contro il papa servivano a mostrare un sentiero cristiano più corretto. La Franco era riflessiva, eppure a volte aveva una visione femminile paragonabile soltanto con “I modi” di Aretino, un'opera erotica illustrata da Giulio Romano.
Veronica Franco stava per essere denunciata e gettata nelle mani del Sacro Uffizio. In quegli anni l'Inquisizione era molto attiva nella Repubblica Veneziana, con atti di soppressione di lettori della Bibbia e di altri eretici, e Veronica era ritenuta un'eretica, una tentatrice, una maga e (secondo la definizione data dalla pratica inquisitoria americana) una strega. La morte sul rogo era la risposta tipica.

Perché Villa Della Torre? Forse aveva visitato la tenuta asimmetrica cercando valori morali cristiani, forse un cambiamento di direzione causato dall'aver visto la morte e la scomunica in faccia? L'apprendimento, la presenza di una buona biblioteca, lo studio autogestito della Bibbia, la ricerca personale di un nuovo posto nella vita come cortigiana di trent'anni, che aveva da poco passato l'apice della sua professione: furono questi gli elementi di cambiamento che cercava? La Franco è una delle pochissime donne alle quali fu permesso di pubblicare in quegli anni. Già questo fatto da solo è di per sé notevole. Che avesse dedicato così tante strofe poetiche alla villa di Marcantonio è ancora più singolare. Le colline di Fumane, sopra Verona, forniscono ancora oggi un posto che offre spazi di introspezione, buon cibo, gente onesta, e dell'ottimo amarone. Nei primi giorni di novembre del 1577, mentre la peste si placava e Venezia ricominciava a diventare un luogo sicuro in cui abitare, una cometa attraversò il cielo, dando l'impressione di accarezzare la superficie della luna. Stava per succedere un disastro, e i tempi stavano per diventare ancora più difficili.

Quattrocento anni più tardi, e dopo molti abusi, nel 1959 la casa, abbandonata, spoglia e vuota se ne stava li pronta per essere visionata con uno sguardo nuovo. Girolamo Cazzola iniziò il moderno studio della casa, spendendo la sua ricchezza personale per portare alla luce le meraviglie della metà del XVI secolo. [Sua figlia, la cortesissima signora Ines Cazzola, ha continuato poi a condividere la villa con tutti coloro che la visitavano, fino al 2008 quando fu acquistata dalla famiglia Allegrini (Azienda Agricola Allegrini), tutt’ora proprietaria della villa.

Questo saggio riporta le opinioni personali di Donald Gardner
 

Traduzione per Myriana Supyk

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